“Un altro…” di Elle Cuardaigh

fidanzata di Mick Jagger

L’Wren Scott, fidanzata di Mick Jagger

Quando L’Wren Scott è tolta la vita, noi della comunità di adottivi abbiamo detto: “Un altro”.

http://www.azcentral.com/story/entertainment/people/2014/03/20/lwren-scott-hated-adopted-life/6642301/

Recentemente anche Charlotte Dawson ha fatto lo stesso: http://kimcoull.com/2014/02/26/adoption-trauma-farewell-charlotte-dawson/

Le morti di queste due celebrità ci ha fatto prendere atto di un recente studio, anche se molti di noi non hanno bisogno di una “prova”: http://www.medscape.com/viewarticle/810625

Gli adottivi hanno una probabilità di tentare il suicidio quattro maggiore rispetto ai non-adottivi. E coloro che tentano il suicidio hanno molta più probabilità di morire in quel modo. Noi siamo i più fortunati, giusto? Quelli fortunati. Quelli scelti. Quelli che non sono stati abortiti, come ci viene spesso ricordato. Così dovremmo essere riconoscenti. Con lo stesso tipo di ragionamento, siamo stati gettati via. Abbandonati. E pensare anche che per “quelle persone” questo rappresenta un tradimento verso coloro che ci hanno cresciuto, i nostri veri genitori. Allora, perché uccidiamo noi stessi? L’Wren Scott e Charlotte Dawson avrebbero dovuto rappresentare il modello di successo di bambini adottati. Entrambe belle, intelligenti, talentuose, capaci di aver successo economicamente. Anche se in bilico per ristrettezze economiche, prima avevano guadagnato soldi  – avrebbero potuto certamente farcela. Superarlo. Trionfare. Ma non lo hanno fatto. Hanno invece scelto di mollare. Perché? Non posso dirvi quello che passava nelle loro menti e nel loro cuore quando hanno preso le loro decisioni fatali. Ma posso dirvi come mi sono sentita. In primo luogo, dovreste sapere che sono stata molto amata dai miei genitori adottivi, e li ho amati. Anche mia madre naturale mi ha amato. E le voglio bene. Non mi sono mai sentita abbandonata e non mi ha mai fatto sentire abbandonata. Stiamo godendo di una riunione che non finirà mai. E anche se il mio padre naturale mi ha respinto, io sono in pace con lui perché capisco le circostanze. Io non sono ricca o bella, o di talento, come L’Wren o Charlotte. Ma capisco il motivo per cui abbiano deciso di porre finire alla loro vita. Perché gli adottati spesso si sentono come se non fossero nati. E quando non si è nati, non è così difficile morire. Betty Jean Lifton (“Nato due volte”, “Lost and Found”, “Viaggio del Sé Adottato”) per prima ha scritto che gli adottati non si sentono nati, ma soltanto adottati. Ricordo di aver letto questo in uno dei suoi libri quando ero adolescente. Ero seduta all’ombra dell’albero di casa mia a maggio, quando ho letto quella frase e mi ha colpito come un fulmine a ciel sereno. È stato il motivo per cui ho odiato il mio compleanno. È stato il motivo per cui non riuscivo a immaginare di avere figli. È stato il motivo per cui mi sono sentita sacrificabile. Perché non ero veramente nata, solo adottata. Quando non si fa parte di una catena, è così facile andare alla deriva. Per tornare nel nulla. Per quel vuoto che eri, prima che la tua vita fosse iniziata – il giorno i tuoi genitori adottivi ti hanno portato a casa. Prima eri reale. Nel film “Blade Runner” di Ridley Scott, mi identificavo con l’androide. Lei non è nata. Era solo il risultato dei ricordi raccolti di un’altra persona. Non riusciva a “morire”, ma esisteva con la consapevolezza che il suo tempo sarebbe stato breve, a prescindere. Avrebbe solo cessato di essere. Il personaggio principale potrebbe trattarla come un essere umano, e il suo amore, ma lei non avrebbe mai essere più “reale”, come lo era lui. Quindi non importa se era “off” o “on”. Quando si è adottati alla nascita, come me, si è tolti da colei che ti ha dato la vita. È incomprensibile per un bambino che sua madre, il suo tutto, sia andato via. Per poi essere dato a estranei che hanno una genetica differente, poi è ancora più sconcertante. Nel libro “La ferita primaria” di Nancy Verrier, che è diventato la bibbia degli adottivi “, si parla anche lì del reale dolore nel recidere questo legame. Non ho mai sentito mia madre che mi ha abbandonato. Non mi sono mai sentita abbandonata. Ma mi sono sentita profondamente sola. Abbastanza per uccidermi. La speranza che ci fosse “qualcosa” per cui valesse la pena vivere è stata l’unica cosa che mi ha fermato. Avere figli, essere responsabile per loro, è ciò che mi ha trattenuto nei momenti più bui. Ma quel piano era sempre lì nella parte più nascosta della mia mente. La mia clausola di salvaguardia di emergenza. Anche dopo il ricongiungimento con mia madre. Anche dopo aver trovato l’amore della mia vita. Pur sapendo che uccidermi sarebbe voluto dire rompere definitivamente il mio padre adottivo, che aveva fatto tanto per me, più di ciò che la maggior parte dei padri farebbe per i loro figli biologici. Anche allora. Perché in realtà, è così facile morire quando non si è nati.

Elle Cuardaigh è autrice del libro “Il filo rosso ingarbugliato”. http://tinyurl.com/lbuxw8c

(http://ellecuardaigh.com/2014/03/22/adoptee-suicide/)

When L’wren Scott took her own life, those of us in the adoption community said, “Another”.

http://www.azcentral.com/story/entertainment/people/2014/03/20/lwren-scott-hated-adopted-life/6642301/

It was so recent that Charlotte Dawson had done the same: http://kimcoull.com/2014/02/26/adoption-trauma-farewell-charlotte-dawson/

These two celebrity deaths made us take notice of a recent study, although many of us did not need “proof”: http://www.medscape.com/viewarticle/810625 Adoptees are four times more likely than the non-adopted to attempt suicide. And those who attempt suicide are much more likely to actually die that way. We are the lucky ones, aren’t we. The fortunate. The chosen. The ones who weren’t aborted, as we are so often reminded. So we’d better be grateful. By the same line of reasoning, we were thrown away. Abandoned. And to even think about “those people” is betrayal to the ones who raised us, our real parents. So why are we killing ourselves? L’wren Scott and Charlotte Dawson should have been Successful Adoption poster children. Both beautiful, smart, talented, with self-made wealth. Even if teetering on financial straits, they had EARNED MONEY before — they could certainly do it again. They could overcome. They could triumph. But they didn’t. They opted out instead. Why? I cannot tell you what was in their minds or their hearts when they made their fatal decisions. But I can tell you how I have felt. First, you should know I was much-loved by my adoptive parents, and I loved them. My birth mother loved me as well. And I love her. I never felt abandoned and was never made to feel abandoned. We are enjoying a reunion that will never end. And even though my birth father rejected me, I am at peace with it because I understand the circumstances. I’m not rich, or beautiful, or talented, like L’wren or Charlotte. But I understand why they could end their own lives. Because adoptees often feel as if they were not born. And when you were not born, it’s not so hard to die. It was Betty Jean Lifton (“Twice Born”, “Lost and Found”, “Journey of the Adopted Self”) who first wrote that adoptees feel they weren’t born, only adopted. I remember reading that line in one of her books as a teenager. I was sitting in the shade of our golden chain tree in May when I read that sentence and it hit me like lightning out of a clear blue sky. It was why I hated my birthday. It was why I could not imagine having children. It was why I felt expendable. Because I had not really been born, only adopted. When you are not part of a chain, it is so easy to just float away. To go back into nothingness. To that void that you were, before your life began — the day your adopted parents brought you home. Before you were Real. In the movie “Blade Runner”, I identified with the android. She was not born, either. She was merely the collected memories of another person. She couldn’t “die” but existed with the knowledge that her time was short, regardless. She would just cease to be. The main character could treat her like a human, and love her, but she would never be as “real” as he was. So it didn’t matter if she was “off” or “on”. When you are adopted at birth, as I was, you are taken from your life-giver. It is incomprehensible as a baby that your mother, your everything, is gone. To then be given to genetic strangers is even more bewildering. “The Primal Wound” by Nancy Verrier has become the adoptees’ bible, as she speaks to this very real, severing pain. I never felt my mother abandoned me. I never felt abandoned. But I have felt keenly alone. Enough to kill myself. Hope that there was “something” worth living for was the only thing that stopped me. Having children, being responsible for them, is what kept me from it in my darkest hours. But that plan was always there in the back of my mind. My emergency escape clause. Even after reuniting with my mother. Even after finding the love of my life. Even knowing that killing myself would certainly break my adoptive father, who had done so much for me, more than most fathers would for their biological children. Even then. Because really, it’s so easy to die when you weren’t born.

Elle Cuardaigh

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Organizzazione no-profit di adottivi coreani italiani. Non-profit organization of Korean Italian adoptees.

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